Significato dell’origami

La prima produttrice di carta è stata la Natura. Per la precisione un insetto: la vespa chartegus, originaria dell’America del sud e solita fabbricare nidi di solida carta.

Di origine giapponese, la parola origami (折り紙 ori-gami) è composta dal verbo oru (折る, piegare) e dalla parola kami (紙, carta) e viene comunemente usata per definire una tecnica manuale che permette di realizzare figure e forme di ogni tipo mediante la piegatura di uno o più fogli. La parola giapponese kami ha però un significato ambivalente, nella sua pronuncia ha lo stesso suono (kami かみ) della parola divinità (神, divinità). È quindi difficile separarle completamente anche se i kanji sono differenti. Kami può anche significare superiore, come se la carta, ricavata da un prodotto della terra, avesse trasformato il riso in qualcosa di ultraterreno… carta di riso, dolcissima nel lasciarsi piegare senza rompersi, ci permette di passare da un semplice foglio a forme complesse, senza limitazioni per la creatività.

Tuttavia, pochi sanno che tradizionalmente la tecnica di piegare la carta era conosciuta in Giappone con nomi diversi come orikata (折り方, modo di piegare), orisue (折据, letteralmente “ripiegato”) o origata (折形, forma piegata), orimono (折り物, cosa piegata) e altri, prima di origami (折り紙, carta piegata): traduzione diretta della parola tedesca papierfalten (piegare la carta), introdotta in Giappone solo alla fine del 1800 dal metodo educativo tedesco Kindergarten di Friedrich Fröbel… Com’è possibile?

L’Origami tradizionale è nato e cresciuto con lo scambio culturale tra oriente e occidente, nonostante in Giappone abbia raggiunto un livello di popolarità maggiore e sia diventato parte integrante della cultura giapponese, non appartiene solamente alla cultura giapponese, ma è intrinsecamente un ibrido tra cultura giapponese ed europea.

Storia dell’origami

La carta

La storia degli origami va di pari passo con quella della carta. Ha inizio in Cina nel 105 d.C., inventata da Ts’ai Lun, un funzionario della corte dell’Imperatore Cinese Yuan Hsing, ottenuta con l’impiego della corteccia d’albero. Nel 610 d.C. un monaco buddista esportò la tecnica per la realizzazione in Giappone il cui popolo contribuì a renderlo più morbido e resistente usando il riso. In Occidente, invece, i supporti usati erano la pergamena ed il papiro; l’apertura della prima cartiera avvenne in Italia a Fabriano tra il 1264 e il 1267.

Considerato per anni un prodotto raro e pregiato, la carta trovava il suo impiego nelle cerimonie religiose e nelle occasioni importanti: con essa venivano preparate figure astratte il cui significato era simbolico e rituale, la cui realizzazione era vincolata da rigide regole note ad un ristretto gruppo di specialisti.

Il periodo Heian

Del periodo Heian (714 – 1185 d.C.) è l’esemplare più antico di origami: un foglio pieghettato il cui compito era quello di coprire la bottiglia del sakè posta sull’altare come offerta propiziatoria durante le cerimonie religiose. Del medesimo periodo sono i modelli stilizzati di una farfalla maschio (ocho) e di una farfalla femmina (mecho), applicati al collo delle bottiglie di sakè usate nel rito augurale durante le cerimonie nuziali Shinto.

Si usava (e si usa tutt’ora) rappresentare la presenza della divinità all’interno dei recinti sacri dei templi Shintoisti con corde sospese, dalle quali pendono strisce di carta bianca piegate a zig-zag, dette gohei (御幣), al cui interno monaci e fedeli scrivono brevi preghiere: profonda è la fiducia riposta nel vento che, agitandole, porta le parole alle orecchie degli dei. Nei templi buddisti, invece, si trovano esposti veri e propri grappoli di gru. La carta, con il suo candore simbolo della purezza, è considerata il mezzo perfetto per comunicare con gli esseri divini.

Altro origami frequentemente usato era il sambo, una specie di scatola realizzata per contenere le offerte di riso, sale e frutta disposte lungo le scalinate che conducevano ai templi.

Verso la metà del periodo Heian l’arte origami fece il suo ingresso nelle corti. Usata come pagamento per le tasse da parte del popolo, la sua qualità veniva attentamente vagliata da funzionari dello Stato. Alla Corte Imperiale la carta veniva ampiamente usata da nobili, favorite e supplici, essendo la maggior parte delle comunicazioni diffuse per iscritto e considerato come indice di buon gusto piegare con raffinatezza una lettera. I messaggi prendevano così la forma di fiori, farfalle, forme stilizzate oppure astratte, ma sempre in sintonia con il contenuto del messaggio, lo stato d’animo del mittente e la stagione. Esisteva tutta una serie di “generi epistolari”, ed un valido esempio è fornito da “le lettere del mattino dopo”, inviate dopo un incontro amoroso clandestino per rassicurare l’amante riguardo il dolore provato al momento dell’addio e l’impaziente attesa dell’appuntamento successivo. Quando uno dei due amanti non inviava tale messaggio, era per far capire che non desiderava ripetere l’esperienza e, automaticamente, la relazione era considerata conclusa. Compito della lettera “tre righe e mezza”, invece, era quello di ripudiare la moglie: la formula, lunga appunto tre righe e mezza, metteva la consorte nella situazione di dover radunare i propri averi e lasciare il tetto coniugale senza il bisogno di ulteriori atti formali. Esistevano piegature speciali e note solo a pochi, usate per documenti estremamente riservati i quali, se aperti, recavano tracce visibili della violazione.

l periodo Kamakura

Del periodo Kamakura (1185 – 1333 d.C.) è il noshi: tale parola è l’abbreviazione di noshi-awabi (熨斗 鮑), una striscia di carne di mollusco marino seccata al sole, un alimento molto importante nel Giappone del medio evo, la cui offerta era considerata un augurio di buona fortuna. L’innovazione apportata dal noshi (il cui compito era quello di avvolgere tale alimento) risiede nel fatto che, per la sua realizzazione, non è necessario ricorrere a tagli, contrariamente ai modelli tradizionali.

Alcune famiglie inserirono nel loro stemma degli origami, e ne rimane traccia nelle rappresentazioni sui kimono risalenti a quel periodo.

Il mantenimento della tradizione dell’origami venne preservata tramandando oralmente le tecniche di generazione in generazione fino all’inizio del XVIII secolo, quando vennero realizzati i primi libri sull’argomento. I modelli presentati erano quelli appartenenti alla tradizione: bamboline, decorazioni, gru, rane, scatole, stelle.

L’occidente

Il primo contatto dell’origami con l’Europa avvenne tra il XVI ed il XVII secolo, trovando entusiasti piegatori in Italia e Spagna. Il primo origami completamente europeo fu spagnolo: la pajarita, un passerotto che batte le ali se la sua coda viene tirata. Nel nostro Paese in quegli anni si sviluppò un tipo di plissettatura particolare, impiegata nella piegatura dei tovaglioli. I prestigiatori ricorrevano all’origami per stupire il pubblico: nel 1700 gli illusionisti con Il Ventaglio Magico, composto da una larga striscia di carta piegata a fisarmonica, incantavano il pubblico grazie alla sua versatilità nell’ottenere vari tipi di figure. Friedrich Fröbel, creatore del primo asilo infantile, propose l’origami come mezzo creativo per sviluppare la coordinazione psicomotoria dei bambini, mentre a Robert Harbin va il merito di averlo diffuso in Inghilterra.

Nel XIX secolo si ebbe uno sboccio di creatività tra gli origamisti, con la realizzazione di modelli moderni, raffinati e complessi.

Nel 1958 Lillian Oppenheimer fondò a New York l’Origami Center e dopo 10 anni nacque la British Origami Society.

Armonia e virtuosismo

Sono individuabili due distinte scuole di pensiero: quella giapponese, che predilige l’armonia delle forme e vede maestro indiscusso Akira Yoshizawa 吉澤章; quella occidentale, che rivolge la sua attenzione alla complessità delle piegature ed in cui si distinguono l’inglese David Brill e l’americano Fred Rohm.

Yoshizawa, che durante la Seconda Guerra Mondiale lavorava presso una fabbrica di armamenti, lasciò il suo impiego per dedicarsi completamente all’origami. Spiegò che non è solo il risultato finale che conta, ma anche l’armonia dei propri gesti, il saper sentire con le “orecchie del cuore”, la sintonia con il divenire. Per molti anni il Ministero degli Affari Esteri giapponese ha inviato Yoshizawa nelle altre nazioni per diffondere l’origami come un messaggio di pace ed amicizia tra i popoli.

Filosofia

Legato alla filosofia Zen, l’origami giapponese è caratterizzato dalla predilezione per l’astrazione e l’essenzialità delle pieghe: deve essere la fantasia dell’osservatore a completare la figura rappresentata con semplicità ed eleganza. Cura dell’origamista orientale è scegliere con attenzione la carta e studiare le proporzioni.

Partendo dal presupposto che la differenza esistente tra le cose è solo apparente, quando si piega un quadrato di carta si compie un gesto creativo in quanto si dà forma e si concretizza un’idea, si ottiene un oggetto compiuto e soggetto al deterioramento come tutto ciò che esiste in natura. Tale osservazione del mondo, per ricrearlo, conduce alla sua comprensione quindi all’illuminazione Zen.

Mentre per il piegatore giapponese la gioia nel realizzare un origami risiede nella danza delle mani che lavorano per realizzare la figura, per quello occidentale la soddisfazione deriva dalla riproduzione in modo quasi pignolo dei dettagli del soggetto rappresentato, rifinendo il modello con pieghe piane, appena accennate e curvilinee.

Per l’orientale la gioia della realizzazione sta nell’atto, per l’occidentale nell’oggetto.

Ancora oggi, come in passato, nei templi scintoisti, per simboleggiare la presenza della divinità, vengono usate strisce di carta bianca piegate in una forma che potremmo definire a zig-zag. Nei templi buddisti invece non è raro trovare degli origami solitamente in forma di grappoli di gru.

In una famiglia giapponese ogni mamma trasmetteva direttamente alle bambine il modo di piegare la carta per ottenere oggetti utili per la casa. Ai bambini si insegnava a realizzare origami che rappresentavano fiori ed origami non solo per intrattenerli ma anche per stimolare la loro capacità di osservazione e creatività e per trasmettere loro, fin dalla tenera infanzia, un concetto fondamentale per i giapponesi che è quello della perenne trasformazione della materia. La flessibilità del loro modo di essere prevede che ogni cosa sia vista solo come un momento della sua perenne trasformazione… e se si comincia ad insegnare questo principio ai bambini la trasformazione diventerà per loro qualcosa di naturale, di insito nelle cose… In Occidente invece la nostra tradizione non prevede nulla di simile, meno che mai nei confronti della carta.

La gru

Classificata come Gru Japonensis e comunemente nota come Gru della Manciuria o gru coronata di rosso per il colore delle piume che ne ornano il capo, questo volatile deve la sua popolarità alla presenza nella sua livrea dei colori bianco e rosso, simboli di purezza e virilità.

Simbolo ben augurante per una lunga e felice vita coniugale, la gru rimane fedele al proprio compagno per tutta la sua esistenza solitamente della durata di 40 anni. Le coppie sovente sono impegnate in danze rituali, anche lontano dal periodo dell’accoppiamento, e tale comportamento è stato interpretato dal popolo giapponese come una manifestazione della gioia dello stare insieme. Gru vengono raffigurate sul kimono della sposa, vengono sagomate come dolci, danno forma a sculture di ghiaccio preparate per la festa.

Anche nella nostra mitologia la gru ha gli stessi connotati: come uccello sacro ad Apollo rappresenta la gioia di vivere, la luce e la felicità di intrecciare danze primaverili nei prati. Gli autori classici conoscevano le rotte migratorie delle gru europee e sapevano che andavano a svernare in Africa. Da questo fatto hanno tramandato le lotte annuali che questi uccelli ingaggiavano con i Pigmei, popolo la cui statura e’ stata dimezzata dal circolare della leggenda.

Molto diffuse nel Giappone feudale perché protette dai nobili, anche in Occidente le gru sono legate a tale ceto sociale: la parola “pedigree” deriva dal francese “pied de grue” (zampa di gru), per la somiglianza della freccia usata negli alberi genealogici con l’impronta di tale uccello. Ma il declino del feudalesimo portò alla quasi estinzione di tale animale: nel 1920 era ormai rimasta un’unica colonia composta da 20 esemplari, stabilitisi nell’isola di Hokkaido. Il governo decise quindi di dichiarare la gru specie protetta. Al progetto di riproduzione in cattività ha contribuito anche l’Italia, grazie all’impegno del Parco La Torbiera, sito in provincia di Novara. In primavera, con un po’ di fortuna, si possono vedere le gru a passeggio seguite da un codazzo pigolante di pulcini.

In origami, la forma base della gru, orizuru (折鶴 lett. “gru piegata”, da ori- “piegato” e tsuru “gru”), viene usata come partenza per la realizzazione di molte figure.

Appese sul soffitto come distrazione per i bambini, le gru rappresentavano vere e proprie offerte ai templi ed altari. Realizzata per augurare ogni bene agli ammalati ed a chi deve affrontare una dura prova, la gru la si può piegare per sé stessi, per gli altri o per offrirla agli dei, nella speranza di veder esaudite le proprie preghiere: in questo caso, occorre piegarne mille e legarle insieme, per poi portarle al tempio della divinità cui si è chiesto aiuto. Narra un’antica leggenda giapponese che la gru possa vivere 1000 anni: regalare una gru significa quindi augurare 1000 anni di vita. Un’offerta di mille gru Senbazuru 千羽鶴 rafforza ulteriormente il concetto. Piegare le mille gru è segno di un sincero interesse per il destinatario, perché occorre bravura, tempo e dedizione per piegarle tutte. Regalare mille gru ancora oggi significa: “ho pensato a te per tutto questo tempo, sei importante”.

Nel 1600 in Giappone venne ideata una tecnica di piegatura che permetteva di ottenere da un unico foglio un numero elevato di gru, tutte unite tra di loro per il becco le ali o la coda.

Alla tradizione della piegatura delle mille gru è legato un commuovente episodio risalente alla Seconda guerra mondiale.

Sadako Sasaki 佐々木禎子

Sadako Sasaki 佐々木禎子 era una bambina che nel 1945 aveva due anni, abitava con la sua famiglia a circa un chilometro dal punto su cui venne sganciata la bomba, e rimase miracolosamente illesa. Crebbe e divenne una ragazzina intelligente e vivace. Ma la “bomba-A” non aveva smesso di uccidere: nel febbraio del 1955, all’età di dodici anni, Sadako si ammalò di leucemia a causa degli effetti delle radiazioni di cui la zona rimase contaminata per effetto dello scoppio nucleare.

Sadako era piena di voglia di vivere, e nelle lunghe giornate in ospedale si dedicava a costruire, con le scatole delle medicine e con qualunque altro frammento di carta le capitasse a portata di mano, piccoli origami raffiguranti ben auguranti gru. Ne aveva composte diverse centinaia quando dopo otto mesi di malattia, la mattina del 25 ottobre 1955, i suoi sorrisi e la sua voglia di vivere smisero di animare la piccola stanza d’ospedale ed entrarono nella memoria straziata di tutti gli abitanti della città, a partire dai suoi compagni di scuola.

Dopo la sua morte, i suoi amici e compagni di scuola pubblicarono una raccolta di lettere al fine di raccogliere fondi per costruire un monumento in memoria sua e degli altri bambini morti in seguito alla bomba atomica di Hiroshima.

Da quel giorno migliaia e migliaia di gru di carta, di tutte le dimensioni e di tutti i colori, prendono continuamente forma dalle mani dei bambini e di tutti gli abitanti di Hiroshima, e vanno a costituire ghirlande, disegni, composizioni di ogni tipo che vengono utilizzate al posto dei fiori per onorare tutti i luoghi della memoria: una miriade di piccole gru che vengono spedite alla città di Hiroshima anche da tutto il mondo, e che nelle semplici ed accurate pieghe delle loro ali tengono ancora oggi in vita l’incredibile vivacità di Sadako e i suoi sogni colorati.

In ricordo di tale atto di speranza, nel Parco della Pace della città si trova un monumento commemorativo, collocato nel 1958, Monumento alla pace dei bambini (原爆の子の像 Genbaku no ko no zo, letteralmente “statua ai bambini colpiti dalla bomba atomica”) dedicato a tutti i bambini vittime della bomba atomica, raffigurante Sadako a cavalcioni di una bomba nel gesto di innalzare al cielo una gru di carta. Ai suoi piedi migliaia di ghirlande di gru donate dai visitatori incorniciano la stele recante l’iscrizione

これはぼくらの叫びです
これは私たちの祈りです
世界に平和をきずくための
questo è il nostro grido
questa è la nostra preghiera
ché nel mondo prevalga la pace

Le è stata dedicata anche un’altra statua, situata nel Parco della Pace di Seattle, e molte altre nel mondo.

Pertanto, l’origami della gru è stato elevato a simbolo di pace e fratellanza per i popoli nel mondo. Tuttora il ricordo di Sadako è alimentato dalla famiglia attraverso la fondazione a lei intitolata che porta avanti innumerevoli progetti contro la guerra a favore di pace e fratellanza nel mondo.

Sadako Sasaki
07/01/1943 – 25/10/1955
© Sadako Legacy NPO

Nel Parco della Pace di Hiroshima, il Monumento alla pace dei bambini:
Genbaku no ko no zo 原爆の子の像, letteralmente “statua ai bambini colpiti dalla bomba atomica”.