Osservazioni
Conoscere perfettamente le tecniche del Gokyo e del Ne-waza non basta per
ottenerne la padronanza. La pratica dei kata è in questo senso indispensabile
unitamente a quella del randori. L’insieme di questo studio deve essere
accompagnato da un allenamento serio praticato al fine di perfezionare tutti gli
aspetti della tecnica, tanto sul piano fisico che su quello mentale, emotivo,
spirituale e morale. Per favorire questo processo d’apprendimento, storicamente
tutti i Maestri hanno trasmesso una quantità di consigli, sotto forma di frasi,
aforismi o metafore, molto spesso pittoresche ma alle volte poco comprensibili.
Molte di queste nozioni fanno oramai parte della cultura judoistica, ma non
sempre la tradizione orale riesce a mantenere intatto il senso di un concetto,
generando, alle volte, mal’interpretazioni ed errori. Da un attento studio
tecnico scientifico e didattico, che ha raccolto ed analizzato le più note di
queste nozioni, ne è derivata l’eliminazione di parecchi falsi concetti, ma
anche e soprattutto, la dimostrazione scientifica di certi principi e di certi
metodi propri ad edificare e consolidare una valida crescita judoistica. Le
osservazioni che ne sono derivate riguardano:
In conclusione una certezza è stata raggiunta: se i grandi campioni, a
torto, non sempre utilizzano il principio del miglior impiego dell’energia, i
Grandi Maestri, al contrario, non si sono mai ingannati nel loro insegnamento
superiore.
Portamento della testa
Basandosi sullo studio dei riflessi attitudinali, il Judoka deve sempre far
attenzione a mantenere la testa ben eretta e di fronte al compagno
d’allenamento o all’avversario. Durante una proiezione, la ruoterà nel
senso dello sbilanciamento e farà rientrare il mento. Lo stesso accadrà
durante la schivata o la resistenza ma la testa ruoterà nel senso opposto,
raccolta tra le spalle con il mento attaccato al petto in caso di caduta.
Soltanto un principiante china la testa in avanti per osservare il movimento dei
piedi: questa pratica è inammissibile da parte di una cintura nera. Per
l’azione riflessa del labirinto dell’orecchio interno, spezza
immancabilmente l’equilibrio del corpo.
Sguardo e campo visivo
Certi “Maestri” consigliano di fissare sempre gli occhi dell’avversario
in un combattimento di Judo. Si tratta invece di un errore. Poiché, se prestigiosi testi di arti marziali (cosa che il Judo non è) lo consigliano
formalmente, si tratta sempre di combattimenti alla sciabola, karate, lancia,
ecc... Il che significa che gli avversari sono separati da una certa distanza e
non sono impegnati in un corpo a corpo. In quest’ultimo caso, lo sguardo sarà
portato all’altezza dello sterno o del collo e non fisserà nulla in
particolare. Gli occhi cercheranno di cogliere globalmente la totalità del
corpo dell’avversario. Si tratta di percepire piuttosto che vedere.
Respirazione
L’acquisizione del “fiato” è certo di primaria importanza. Nessun
progresso è possibile senza un’eccellente forma respiratoria. Ogni Judoka
deve potersi allenare per un tempo abbastanza lungo senza ansimare.
Un altro punto fondamentale è la padronanza del ritmo respiratorio coordinato
agli attacchi ed alle difese (si studia attraverso i kata, si riporta nella
pratica attraverso il randori, si applica all’estremo nello shiai). Perciò
ogni attacco deve svolgersi nella maniera appropriata: inspirazione profonda,
diaframmatica durante la percezione di un’apertura d’attacco; piccola
espirazione rapida (20%) durante lo squilibrio che può essere accompagnata dal
Kiai; immediatamente dopo, bloccaggio della respirazione seguito da kuzushi
e kake (vedi Le
fasi di una tecnica di proiezione nella sezione I
fondamentali...). D’altra parte il miglior momento per l’attacco di fronte alla
respirazione di Uke è quello in cui quest’ultimo inspira (l'ottimale, subito
dopo la sua espirazione).
Per contro, in difesa la respirazione sarà immediatamente bloccata contraendo
gli addominali, una leggera espirazione è molto utile per attenuare l’energia
di un attacco o ammortizzare l’impatto di una caduta.
L’impiego dell’energia
Non appena è possibile, il Judoka deve comprendere che l’essenza della sua
“Via” consiste nell’impiegare nella maniera più intelligente possibile
l’energia sotto tutte le sue forme e in qualunque luogo. Questo efficace
impiego non è sempre forzatamente economico, ma è sempre il più adeguato allo
scopo cui si vuole giungere. Mediante la padronanza perfetta dell’impiego dell’energia, il Judoka comprende che questa efficienza è
applicabile non soltanto per sconfiggere un avversario, ma anche per riuscire in
qualunque azione fisica e mentale nella vita di tutti i giorni.
Ma in quale modo il Judo può condurre ad un simile risultato?
È innanzi tutto una questione di tempo e di progressione sapientemente
studiata. Il principiante riapprende l’uso elementare del proprio corpo
mediante gli spostamenti (shintai e tai-sabaki), le cadute (ukemi) e gli
squilibri (kuzushi). Quindi l’apprendimento delle proiezioni ed
immobilizzazioni lo conduce lentamente ad un maggior controllo dell’impiego
del corpo. Nell’attacco come nella difesa, gli sarà allora utile conoscere i
principali elementi di meccanica generale, le leve, la composizione delle forze,
il momento di una forza, ecc... e applicarli allo studio e pratica delle
tecniche di Judo. Il concetto di velocità giocherà un ruolo importante, così
come lo studio delle variazioni del centro di gravità (vedi Posizione di
equilibrio, disequilibrio e squilibrio del corpo umano nella sezione I
fondamentali...). Senza diventare un
fisico, il Judoka assimila le nozioni elementari di questi principi mediante la
pratica regolare dell’allenamento seguito da un valido Maestro.
A poco a poco, tutte le azioni sul tatami diventano razionali, efficaci ed
automatiche. La tecnica si affina e nozioni più complete, come l’interazione
dei gruppi muscolari, la forza d’inerzia, la forza centrifuga, i riflessi,
possono essere assimilate con una più profonda comprensione dei fenomeni
neuro-muscolari e puramente mentali. Quando i muscoli sono perfettamente
esercitati, flessibili, forti e rapidi, è necessario impiegarli al massimo
della loro efficienza ed allora lo spirito gioca un ruolo primario. Questa è
d’altronde la tappa finale.
Lontana è l’idea di esporre nei dettagli tutti i punti enumerati in
precedenza, ma certi elementi sono troppo importanti per la riuscita e la
progressione di uno studio serio del Judo per poterli passare sotto silenzio:
 |
L’applicazione di una forza terrà sempre conto del principio del braccio
di leva. Il punto di applicazione sarà il più lontano possibile dal punto
d’appoggio, cioè il braccio della leva sarà il più grande possibile. Più
il braccio di leva è grande, più lo sforzo diminuisce. |
 |
Nel caso di una tecnica che utilizza soltanto il momento di una forza, come
sasae-tsuri-komi-ashi, uki-otoshi, o-soto-otoshi, ecc... si tratterà di
bloccare il più in basso possibile (piede) e di tirare il più in alto
possibile (spalle). Nel caso di una coppia di forze (due forze applicate in
senso contrario) come in o-soto-gari, hane-goshi, ecc... un elemento da ridurre
al massimo è lo strisciare al suolo. Tori dovrà dunque applicare la trazione
superiore (spalle) e far cadere il centro di gravità di Uke sul suo (cardine)
al fine di applicare la forza interiore (piede o gamba) alla coppia di forza. |
 |
Parecchi elementi frenano l’azione di Tori ed egli dovrà tenerne conto per
agire con efficacia. I più importanti sono la pesantezza, l’inerzia,
l’attrito, le forze interne (muscolari, ossee, ecc...). Negli spostamenti di
Uke questi diversi elementi giocano un ruolo importante nel momento in cui il
baricentro di questi è situato sopra il centro del poligono formato dai piedi
(superficie trapezoidale ottimale): la posizione è stabile, solida e
difficilmente attaccabile senza grandi dispendi di energia. Ora, Uke deve
immancabilmente portare il peso del corpo da una gamba all’altra per
spostarsi, da cui lo spostamento del baricentro alzandosi ed abbassandosi.
Quando le gambe sono divaricate e il busto è eretto, la base è ampia e il
baricentro è centrato; quando un piede passa all’altezza dell’altro, la
base viene ridotta al minimo e il baricentro si trova nel punto più critico. La
posizione è allora precaria e facile da sbilanciare senza grande sforzo. Si farà
dunque attenzione ad applicare un attacco sull’avversario in questa posizione
poco stabile, facile da spezzare come tempo e sforzo. |
 |
Per quanto riguarda il principio “spingete se vi tirano e tirate se vi
spingono”, sarà utile approfondire questo punto di vista e sapere in quale
modo i Maestri lo applicano realmente. In primo luogo, non si tratta di tirare
l’avversario non appena inizia a spingervi, ma di arretrare più lontano e più
in fretta di quanto egli desiderasse. Lo stesso, se l’avversario tira,
avanzate più di quanto pensasse. In secondo luogo, la reazione “flessibile”
all’attacco deve essere molto rapida. Occorre cedere nell’istante in cui
l’avversario concepisce l’attacco e comincia la sua azione. È così che un
Maestro attaccare positivamente prendendo l’iniziativa, mentre in realtà il
suo avversario si apprestava ad attaccare egli stesso! |
 | Infine, occorre sempre cedere all’azione dell’avversario,
non in linea retta, ma in cerchio. Per agire in tempo, è necessario avere
almeno la stessa rapidità della velocità d’attacco dell’avversario. Ora,
cedere in linea retta è un movimento di traslazione molto più lento della
rotazione. Inoltre, in quest’ultimo caso, il baricentro del corpo praticamente
non si sposta. Occorre dunque applicare il principio della palla, di cui il
Maestro Kyuzo Mifune è ardente promotore. Questo principio insegna che bisogna
identificarsi, tanto nell’attacco quanto nella difesa, con una palla. Spingete
una palla, essa ruota e arretra, tiratela, piroetta e avanza. Se potesse
muoversi da sola nel momento della vostra azione e ruotare su se stessa,
scivolereste su di lei, senza poterla spostare. Il vostro corpo, con molto
esercizio, può diventare una palla che si muove da sola! Il principio resta
valido per l’attacco: ruotate sotto il centro di gravità del vostro
avversario e lo fate girare intorno al vostro corpo.
Il sommo della perfezione consiste nell’unire il principio “ruotante”,
“sfuggente” della palla ad una grande velocità d’azione autonoma. Per
riuscirvi, occorre, da una parte, perfezionare lo shintai e in particolare il
tai-sabaki e, d’altra parte, aumentare la prontezza dei riflessi. Ma, se la
tecnica e l’allenamento sono indispensabili per riuscirvi, l’attitudine
mentale adeguata è più importante ancora. |
Energia, stato mentale e spirito
L'armonia perfetta tra mente e corpo è lo stato ideale del Judo (vedi
Il Ki ed il Kiai
nella sezione Non solo Judo). Ogni Judoka dovrà adattarvisi
progressivamente prima di aver preparato il proprio corpo a questo stato
spirituale eccezionale. Non soltanto risolverà il più presto possibile i suoi
problemi di irrigidimento, paura e altri atteggiamenti inibitori, ma si sforzerà
di non accordare un’importanza troppo grande alle sue azioni e a quelle degli
avversari. Manterrà uno spirito vigile, attento ad ogni cosa, ma senza
privilegiarne alcuna. Sarà presente in ogni istante, aperto a tutto quanto può
accadere, concentrato ma rilassato. Lo spirito flessibile, fluido come
l’acqua, ricettivo, che si adatta a tutte le situazioni, sarà tuttavia
inafferrabile. Ad ogni azione dell’avversario, il Judoka deve opporgli il
vuoto, il nulla. Con un simile stato mentale (e fisico), tutte le schivate, ma
anche tutti gli attacchi divengono possibili.
La velocità
La velocità concorre al miglior impiego dell’energia.
In ogni azione, la velocità
d’esecuzione può globalmente decomporsi in due fasi:
 |
preparazione (percezione, giudizio e decisione); |
 | esecuzione (trasmissione e mobilizzazione). |
La fase di preparazione si compone in (un atto cosciente):
 |
percezione di un segnale esterno o interno (attacco dell’avversario o
desiderio di superarlo); |
 |
sua interpretazione (analisi dello squilibrio e ricerca di una posizione
o contropresa); |
 | scelta e decisione della risposta (una tale tecnica da eseguire in una
tale maniera per...). |
La fase d'esecuzione si compone di:
 |
trasmissione neuro-muscolare (la tecnica scelta); |
 | contrazione neuro-muscolare di partenza e adattamento durante l’azione. |
Analizzando le diverse parti dell’atto cosciente, constatiamo che le tre
fasi di preparazione passano per il cervello il quale trasmette gli stimoli
necessari ad agire.
Un allenamento adeguato può ridurre il tempo di percezione in una proporzione
soddisfacente. Il tempo di analisi, di scelta e di decisione può essere
praticamente ridotto a nulla grazie all’acquisizione di un riflesso
condizionato. Vale a dire che si crea una catena di cellule nervose che vanno
dagli organi recettori agli organi motori, senza far intervenire la coscienza.
Per riuscirvi, l’allenamento intensivo è indispensabile. Ma la catena in tal
modo creata (sempre complessa) può essere più o meno lunga. Questa struttura
dipende dal cammino e dalle svolte che le cellule nervose interessate dal
segnale ricevuto (trazione, spinta, colpo, ecc...) fanno compiere a questo
(durante l’interpretazione, la scelta e la decisione) fino ai nervi motori.
Certi avranno il ruolo di un semaforo verde e il messaggio passerà rapidamente;
altri saranno semafori rossi e il messaggio, arrestato, verrà deviato. Questi
semafori verdi e rossi sono tutti i pensieri consci o inconsci che dirigono la
nostra vita.
Appare chiaro che il ruolo dello spirito sullo stato mentale è
importante. Anche se il Judoka trasforma l’essenziale del suo bagaglio tecnico
in riflessi condizionati, questi contano sempre molto, ma avranno un rendimento
ottimo soltanto quando lo stato mentale, cosi come lo stato fisico, sarà ben
esercitato, flessibile, rapido e privo di ogni handicap (inibizioni, paure,
complessi, ecc.). Qui il ruolo del Maestro sarà molto delicato, ma
preponderante.
Per quanto riguarda le fasi di esecuzione propriamente dette,
l’allenamento fisico, il randori e i kata contribuiscono in gran parte a ridurre il tempo
di trasmissione nervosa e il tempo di contrazione muscolare.
|