Prima di iniziare

Un
"gergo" indispensabile
Per poter giungere ad una piena conoscenza del Judo, bisogna innanzitutto
conoscerne il “gergo”.
È consuetudine, in moltissime discipline, servirsi delle espressioni del
paese di origine per diverse ragioni.
La prima, e più importante, riguarda la difficoltà di alcuni termini di
essere tradotti nelle diverse lingue. Una traduzione letteralmente esatta, in
determinate situazione può rivelarsi concettualmente scorretta (basti pensare
alla filosofia). Nella parola Judo, per esempio, sono presenti due termini
“ju” e “do”, la semplice traduzione letterale ,dal giapponese, di
quest’ultimo (“do”) sarebbe, in italiano, via, intesa come percorso
morale; una interpretazione superficiale e concettualmente limitata. Infatti se
lo stesso ideogramma del “do” lo volessimo tradurre dal cinese, da cui ha
origine, in italiano, ci troveremmo nell’impossibilità di farlo, in quanto il
suo significato è Tao, termine oramai mondialmente conosciuto e letteralmente
intraducibile.
Un'altra importante ragione per cui nel Judo è fondamentale mantenere alcuni
termini base nella lingua d'origine, sta nel fatto di poter comunicare
meglio con atleti di differenti nazionalità, per scambiare opinioni e consigli
tecnici.
In fine, a mio parere, mantenere delle espressioni del paese d'origine, è
una forma di rispetto per chi ha tanto studiato, e faticato per regalarci questa
bellissima invenzione che è il Judo.
Per tutti i chiarimenti sui vocaboli giapponesi più usati nel Judo,
consultate in nostro glossario del
Judo.


Il Dojo (luogo per la ricerca della Via)
Dojo
è un
termine usato nel Buddismo per indicare il locale destinato al raccoglimento e
alla meditazione spirituale. In giapponese significa “luogo per la ricerca
della via”; in sanscrito prende il nome di Badhi Manda, che significa “luogo
di saggezza, o di salvezza”. In oriente è usato anche per denominare il
locale in cui si praticano determinate discipline volendo significare che nel
locale deve regnare un’atmosfera attenta e concentrata come si addice ad un
luogo di “culto”. Anche in occidente la parola Dojo è utilizzata per
denominare il locale in cui si praticano le arti marziali, purtroppo, troppo
spesso, senza attribuirgli quel significato di profondo rispetto che dovrebbe
avere, ma solo alla stregua di club o palestra.
Struttura del
Dojo tradizionale
Il
Dojo tradizionale consiste in una sala rettangolare, i cui lati hanno un nome ed
una funzione ben determinati. Il lato da cui sì entra è il meno importante, e
viene indicato con la parola SHIMOZA. Di fronte ad esso è il lato nobile detto
KAMIZA. Alla parete di questo lato vengono affisse le fotografie delle persone
eminenti fra le quali generalmente spiccano le immagini dei fondatori delle
discipline praticate nel Dojo. A sinistra di chi entra è il lato JOSEKI,
riservato ai maestri e alle cinture nere. A destra (di fronte al lato Joseki) è
il lato SHIMOSEKI, destinato agli allievi.
Le cerimonie
di apertura e di chiusura degli orari di pratica seguono questo schema.
Agli ospiti di riguardo viene generalmente offerto, in segno di rispetto, di
occupare il lato Kamiza, ma generalmente questa distinzione viene ricusata.
Accesso al
Dojo e modelli di comportamento
L’accesso al Dojo è riservato a chi vuoi praticare, quando è già vestito con l’apposito
abito. Spettatori che fossero sinceramente interessati ad assistere alle lezioni
potranno farlo, in rispettoso silenzio badando di non essere di alcun disturbo.
Nel Dojo occorre essere sempre sinceri e gioiosi, abbandonando ogni considerazione di
fama e di ricchezza, dimenticando i pregiudizi di razza, sesso e stato sociale.
L’ardore della pratica deve unirsi ad un’atmosfera di ricerca interiore.
Sono richieste tre qualità: una buona educazione, un grande amore per l’arte,
fiducia nel maestro.
Il Maestro
Ichiro Abe ha indicato alcune norme basilari sul comportamento da tenersi in un
Dojo (Dojokun). Le regole tradizionali, l’atteggiamento mentale e la cura del corpo che
vengono suggeriti non sono mortificazioni imposte a chi pratica, ma
costituiscono un costume che favorisce il lavoro collettivo e il progresso
individuale.
Tener sempre presente che il Dojo, oltre che luogo di pratica, è scuola morale e culturale.
Entrare nell’area di pratica del
Dojo con il piede sinistro ed uscirne con il destro, e non omettere mai di
salutare, sia quando si accede che quanto si lascia l’area di pratica.
Osservare scrupolosamente le regole
generali della cortesia e quelle particolari del Judo
Sforzarsi in ogni circostanza di
aiutare i propri compagni di pratica evitando di essere per essi causa di
imbarazzo o di fastidio.
Rispettare le cinture di classe
superiore ed accettarne i consigli senza obiezioni, dal loro canto le cinture
superiori devono aiutare il miglioramento tecnico di coloro che sono meno
esperti, con diligenza e cordialità.
Quando non si pratica bisogna
mantenere un contegno corretto e non permettersi mai posizioni ed
atteggiamenti scomposti anche se si è estremamente affaticati.
Mantenersi silenziosi e, se
necessario parlare, sia solo per la pratica jodoistica e a bassa voce.
Non allontanarsi mai dall’area di
pratica senza prima averne avuto il permesso dall’insegnante o da chi ne fa
le veci.
Curare la pulizia e l’integrità
del Judogi ed il suo riassetto che deve essere sempre effettuato ogni volta
che è necessario.
Mantenere sempre un'elevata
igiene personale.
Le unghie della mani e dei piedi
devono essere tagliate molto corte. Bisogna togliersi, durante l’allenamento,
catenine, anelli e quanto altro possa procurare danni a se stessi e ai propri
compagni di pratica.
Rispettare l’orario dei corsi
(salvo particolari autorizzazioni). Non allontanarsi dai Dojo prima della fine
della lezione dell’insegnante.
All’inizio e alla fine di ogni
lezione, l’insegnante e gli allievi si salutano reciprocamente. I praticanti
si dispongono ordinatamente in fila sul bordo del tappeto di fronte all’insegnante.
Il Judoka con cintura di grado più elevato si pone alla estremità del lato d’onore
della sala, seguito gerarchicamente dagli altri. Tutti devono osservare che il
loro Judogi sia in ordine.
Quando si cessa la pratica e quando
si frequenta il Dojo senza poter praticare, osservare con attenzione quanto
avviene nell’area di pratica, e seguire le spiegazioni in atto, per trarne
egualmente proficuo insegnamento.
SE NON VI SENTITE DI SEGUIRE QUESTE REGOLE, NON ENTRATE NEL
DOJO: OGNI INSEGNAMENTO SAREBBE INUTILE PER VOI E IL VOSTRO ATTEGGIAMENTO
SAREBBE DI DANNO PER GLI ALTRI.
Il tatami
A secondo dell’attività praticata nel Dojo, il pavimento di quest’ultimo deve essere costituito o ricoperto di un
materiale appropriato.
Per un judoka, è impossibile esercitarsi
su un tavolato: sarebbe ideale per l’attaccante, ma condurrebbe all’ospedale
l’attaccato.
Per praticare agevolmente il Judo, e tutte quelle discipline in cui le cadute
assumono un ruolo fondamentale, bisogna poter cadere su un suolo abbastanza
accogliente. Questo deve essere morbido, elastico, e non deve causare, in caso
di caduta, alcun danno all’atleta, ma nello stesso tempo deve essere
sufficientemente rigido per non frenare la rapidità degli spostamenti. La
soluzione ideale si trova a metà strada, è il tatami.
La
parola indica le tipiche stuoie d’uso casalingo che, affiancate l’una
all’altra, ricoprono il pavimento in legno d’ogni casa tradizionale
giapponese. I tatami classici sono confezionati in paglia di riso, talvolta in
canapa intrecciata o lino, resa uniforme e legata con una corda robusta, e sono
rivestiti esternamente da una stuoia di paglia o foderati con una tela chiara. I
margini sono squadrati con estrema precisione e i due lati più lunghi sono
orlati con una fettuccia larga di lino nero o cotone; quelli delle case
nobiliari hanno, intessuti nella fettuccia, dei motivi ornamentali in bianco e
nero. Storicamente nelle stanze destinate a ricevere gli ospiti venivano posti
dei tatami più spessi (age-tatami) su cui venivano invitati a sedere i
personaggi importanti. I pittori giapponesi amano rappresentare nobili e
generali accovacciati su queste stuoie. Le dimensioni del singolo tatami sono
circa 180(190) x 90(95) x 6(3) cm. Queste stuoie,
messe estremità accanto ad estremità, creano un’atmosfera intima e pulita.
Quando si cammina sul Tatami esso cede leggermente alla pressione del piede
nudo; i giapponesi lasciano le scarpe all’ingresso della loro casa, e ogni
rumore è attutito dalla loro morbidezza.  A
primavera durante le prime giornate di sole, vengono tolti e messi davanti casa
per arieggiarli, appoggiati a due a due come carte da gioco.
Sul tatami la gente mangia, dorme, studia, ama, vive e muore; essi rappresentano nello stesso tempo
il letto, la sedia, la poltrona e a volte anche la tavola.
Notiamo incidentalmente che il tatami viene utilizzato in Giappone come misura
di superficie. Si dirà, “la mia camera misura dodici tatami” oppure
“abbiamo affittato un appartamento di trentasei tatami”, ecc.
Per quanto riguarda i tatami utilizzati
nel Judo, dall’inizio della sua storia ad oggi, si è passati dai
tradizionali, pur validi, a tatami più sofisticati espressamente studiati per
il Judo, allo scopo di garantire un’eccellente pratica e una maggiore
sicurezza degli atleti, non ché una loro superiore durata e migliore pulizia.
Si è passati quindi da tatami con misure tradizionali fatti con paglia di riso
triturata, tagliata, pressata e cucita in una fodera di tela di iuta, o meglio
ancora di vinile; a tatami moderni studiati esclusivamente per il Judo.  I più
comuni sono realizzati in gomma compatta a densità calibrata (250 kg/m2),
rivestiti in vinile con trama a paglia di riso, fondo antisdrucciolo, dimensioni
cm. 200x100x4 o 100x100x4, nei colori verde o rosso (delle volte gialli o blu); oppure sono realizzati in
porex, con goffratura a paglia di riso in elementi componibili ad incastro a
coda di rondine, dimensioni 100 x 100 x 4 cm, double-face verde/rosso.

Questi tatami vengono disposti gli uni di fianco agli altri e fissati
all’esterno da una cornice. L’insieme dovrebbe essere appoggiato su un
tavolato fisso, su un tavolato elastico montato sulle molle (il che è
preferibile) o sul caucciù. Il vantaggio rappresentato da un tale dispositivo
è di rendere la superficie su cui si pratica il più “reale” possibile, ed
allo stesso tempo ammortizzare al meglio le cadute, nonostante l’impressione
di durezza che si ha all’inizio. Fisiologicamente, la ripartizione dell’onda
di shock è più omogenea. Poiché il principiante sarà abituato soltanto a
piccole cadute, preferirà probabilmente cadere su un tappeto, che lo riceve
come un morbido cuscino. Ma, a mano a mano che avanzerà nella sua iniziazione,
le cadute diventeranno più impegnative, difficoltose e pericolose. Allora
constaterà, al momento dell’impatto, che le vibrazioni dello shock devono
essere rapidamente diffuse su una grande superficie, poiché la loro dispersione
attenua lo shock di ritorno. Al contrario, su un tappeto più morbido, l’onda
di shock rimane concentrata nel punto d’impatto.


Il
Judogi
(costume
per la pratica del Judo)
Prendendo spunto dalla vita reale, la pratica del Judo avviene con il corpo
coperto da uno speciale costume chiamato, con vocabolo giapponese, judogi o,
molto raramente, keikogi. Queste parole significano rispettivamente “costume
da Judo” e “costume d’allenamento”.Il judogi è concepito per il taglio,
le cuciture e l’ampiezza, in modo da poter resistere ad una pratica violenta e
prolungata. È costituito da un paio di pantaloni in cotone molto ampi e
robusti, senza bottoni ne cerniere, ma con un cordone che passa all’interno di
un’apposita cucitura lungo la vita, al fine di stringere e reggere gli stessi;
da una giacca, sempre in cotone, priva di bottoni od oggetti metallici, tessuta
con una stoffa ancor più robusta e spessa di quella dei pantaloni,
ulteriormente rinforzata sul collo, spalle e nelle parti suscettibili di
strappi; stretta in vita da una cintura in cotone denominata obi, annodata in un modo
particolare, che può essere di colori diversi secondo il grado dell’atleta
(bianca, gialla, arancione, verde blu, marrone, nera, bianca e rossa).
Ogni judoista è giudicato a prima vista da come indossa il judogi, ne
annoda la cintura e lo ripiega dopo averlo utilizzato. Se questi dettagli non
sono rispettati, anche se il valore atletico è eccellente, ogni buon Judoka
giapponese dubiterà della comprensione dei Judo da parte di chi ne è in
difetto.
Sforzarsi dunque di attenersi a queste semplici norme, che sono dettate da
ragioni puramente pratiche consigliate dalla esperienza.
Come si indossa il judogi
  |
- Indossare i pantaloni
avendo cura di infilarli con la
parte rinforzata delle ginocchia sul davanti.
- Tirare il laccio posto sui fianchi, stringendo opportunamente i
pantaloni in vita, e allacciarlo con un nodo ben saldo, inserendo
un'estremità del laccio nel passante posto appositamente sul davanti
(alcuni pantaloni presentano due passanti per ambedue le estremita del
laccio).
- Indossare normalmente la giacca, con l'accortezza di porre il bordo
sinistro sopra il destro sia per gli uomini che per le donne.
|
- Appoggiare la parte centrale della cintura sotto l'addome.
- Passare le estremità, di lunghezza uguale, attorno al corpo, appena
sopra le natiche, incrociarne i capi e ritornare sul davanti.
- Allacciare
la cinta con un nodo piatto ben stretto perché non si sciolga nella
pratica e impedisca alla giacca di scomporsi facilmente.
|
  |
Come si annoda la cintura
-
Prendere li centro della cintura e appoggiarlo al centro del ventre, circa
quattro dita sotto l’ombelico.
-
Facendo scorrere la cintura nel palmo delle mani, avvolgetene prima le due
estremità dietro la schiena e poi riportatele davanti, compiendo un
doppio giro intorno ai fianchi.
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 |
-
Incrociare le due estremità prendendo il lembo veniente da destra nella
mano sinistra e quello veniente da sinistra nella mano destra. Il
lembo sinistro si troverà al di sopra del lembo destro.
-
Passare il lembo sinistro con le dita della mano destra fra il judogi e la
cintura, mantenendo la cintura adeguatamente stretta intorno ai
fianchi.
|
 |
-
Per
annodare, prendere l’estremità destra e passarla al disopra della
sinistra, quindi internamente, tirate con decisione le due estremità
della cintura per bloccare bene il nodo così ottenuto, lasciando
cadere due penzoli ai lati di quest’ultimo.
Il nodo cosiffatto risulterà piatto e quadrato e non si disfarà facilmente
tirando la cintura. |
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Come si ripiega il judogi
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figure
1 e 2

figure
3 e 4
|
- Posare la giacca in piano, sistemando all’interno di essa, ben disteso, il
pantalone (fig. 1).
- Piegare il lato destro del judogi nel senso della lunghezza (linea A), e
ripiegare la manica in basso in modo che la sua estremità giunga
circa al centro (fig. 2).
- Eseguire la stessa operazione di cui al punto 2 per il lato sinistro (fig.
3).
- Piegare i due lati lungo la linea C (fig. 4).
- Piegare a metà il judogi, e legare verso l’estremità con la cintura
(fig. 5).
|
Tradizionalmente il judogi, nasce bianco e questa è la tinta che dovrebbe
avere. La motivazione risiede nel simbolo di purezza che questo colore
rappresenta, che dovrebbe essere caratteristica d’ogni Judoka. Si dice che il
judogi deve essere bianco come il fiore di ciliegio il quale, insieme alla
spada, era il simbolo dei samurai e quindi sinonimo di forza, purezza d’animo
e coraggio.
Un altro valido motivo per cui il judogi è bianco sta nel fatto che, in caso di
ferite accidentali, il colore del sangue è immediatamente messo in risalto,
consentendo un tempestivo soccorso.
Purtroppo l’agonismo sportivo ha trascurato questi valori, costringendo gli
atleti a combattere nelle gare internazionali uno con un judogi bianco e
l’altro blu, con un notevole sdegno del popolo giapponese ed in parte anche
nostro. Si deve ammettere però che questa differenza cromatica, rende più
facile catturare i movimenti degli atleti in gara o del maestro durante una
spiegazione, favorendo un giusto giudizio e un migliore apprendimento.


Gerarchia judoistica

KYU
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Cintura bianca
principiante non classificato

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Cintura gialla
5°kiu

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Cintura arancione
4°kyu

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Cintura verde
3°kyu

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Cintura blu
2°kyu

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Cintura marrone
1°kyu

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Esistono 5 classi di allievi (kyu) e 10 gradi di esperti (dan). Il principiante è non classificato e
successivamente passa dalla 5a classe (kyu) alla 1a.
Questa divisione avrebbe dovuto servire a suddividere gli allievi secondo un
programma gradi/età, ma si è rivelata poco pratica perché i Dojo non avevano
la struttura per separare i praticanti come in una scuola.
In Europa, Mikonosuke Kaiwashi, per ragioni pedagogiche proprie agli allievi
occidentali, ma principalmente per dare un riconoscimento al praticante
(molti dicono per guadagnare su ogni passaggio di cintura), creò
il sistema delle cinture di colore diverso per ogni kyu (bianca, gialla, arancione,
verde, blu e marrone).
Il sistema
nipponico usa solo in teoria le classi di allievi e solo due colori di cintura:
bianca per non classificato, 5° e 4° kyu, marrone per le successive; il
significato è che chi porta la cintura bianca va trattato con grande
responsabilità (per esempio senza attaccarlo con tecniche irruenti perché
presumibilmente non ha padroneggiato le ukemi al punto di sentirsi sicuro).
Per i ragazzi
il riconoscimento attraverso le cinture colorate può avere un valore educativo;
per gli adulti è discutibile. Nel sistema giapponese, la suddivisione con due
colori di cintura ha uno scopo puramente pratico relativo all’abilità nelle
ukemi, e di conseguenza al grado di responsabilità con cui possono essere
proiettati.

DAN
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Cintura nera.
Si indossa dal 1° al 5° dan poi è facoltativa.

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Cintura bianca e rossa.
Si indossa dal 6° all'8° dan.

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Cintura rossa.
Si indossa dal 9° al 10° dan.

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Cintura bianca doppia.
Shihan Jigoro Kano.

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Gli esperti
di Judo, dal 1° al 10° dan portano indistintamente la cintura nera.
Nell’idea del Fondatore dal 1° al 5° dan l’evoluzione judoistica prevede
un potenziamento dell’ego e la personalizzazione della tecnica, alla ricerca
della massima efficacia. Dal 6° al 1° dan la personalità judoistica si
affievolisce e il praticante si avvicina sempre di più all’universalizzazione
della tecnica (significa che fino al 5° dan l’esperto pratica i suoi
“speciali”, successivamente ricerca la forma pura della tecnica). In Europa
(ma anche in Giappone) il sistema è fallito perché alcune Cinture Nere
proseguivano l’evoluzione prevista, mentre altre si dedicavano troppo presto
all’insegnamento; inoltre l’arrogato potere delle Federazioni ad
amministrare questi gradi, ha portato ad un ventaglio di possibilità: gradi
agonistici, politici, arbitrali, onorari...
Essendo stata
considerata la probabilità che gli esperti di Judo invecchino e quindi non
siano più in grado di competere efficacemente, pur restando esemplari
nell’esecuzione della tecnica, dal 6° dan è prevista una cintura di
cerimonia: bianca e rossa per 6°, 7° e 8° dan, rossa per i successivi. Essa
ha il significato di chiedere particolare rispetto per chi la indossa,
Il Fondatore,
Jigoro Kano, non si è mai dati un grado, detenendo il titolo di Shihan. Ma nel
periodo in cui il Judo cominciava a diffondersi all’estero, i nipponici
ritennero che gli stranieri avrebbero meglio capito la sua importanza se gli
fosse stato attribuito un grado di distinzione. Così, dopo la morte Jigoro Kano
divenne 12° dan (l’undicesimo rimase vuoto a rimarcare l’incolmabile abisso
che lo separa dagli altri praticanti). Per esprimere la sua condizione di non
classificato Kano portava sovente la cintura bianca, ma più alta di quella
usuale, come era in uso nel jujitsu. Portava anche la cintura nera, e negli
ultimi tempi si esibiva spesso in abito da cerimonia (aori).


Rei (saluto)
Il primo gesto che viene insegnato ad un
principiante in un Dojo è il saluto. Questa particolare forma cerimoniale, che
a noi occidentali può risultare poco familiare, ed alle volte anche ridicola,
ha invece nei paesi dell’estremo oriente, un ruolo basilare nelle relazioni
sociali, ed una tradizione millenaria. Il Giappone, patria del Judo, non si
sottrae a questo civilissimo costume, e di conseguenza neanche il Judo. Per
questo motivo, le forme cerimoniali di saluto, rivestono una particolare
importanza nel Judo.
Il saluto non è un gesto formale, ma un
atto di rispetto nei confronti del nostro compagno d’allenamento,
dell’avversario in combattimento, del Dojo, del Maestro e di noi stessi. Il
rispetto si manifesta attraverso una pratica attenta e corretta, ottenuta
mediante il raggiungimento di un giusto stato mentale e spirituale.
Il saluto è quindi il rito che celebra, con un atto esteriore, un avvenimento
interiore: il cambiamento di atteggiamento mentale. Il Judo può essere visto
come la conquista di progressivi stati dell’essere: entrando in palestra e
preparandosi alla pratica il judoista è nelle condizioni mentali del mondo
esterno, ma entrando nel Dojo si fissa nello stato di attenzione, in cui esegue
il riscaldamento, i primi esercizi, assiste alle spiegazioni e partecipa alla
lezione nel suo complesso. Al momento del randori (esercizio libero) muta la
condizione mentale in ragione del maggior impegno di quest’esercizio: si
concentra sull’unica idea di applicare la tecnica; una serena concentrazione
non dura a lungo e il saluto di fine randori segnerà il ritorno alla semplice
attenzione. Lo stato mentale più avanzato (meditazione, o mushin. cioè mente
vuota, eseguita in mushotoku cioè senza scopo dell’ego) è messo a punto
nell’esercizio dello shiai (combattimento) e riportato nella pratica (non
nello studio) dei Kata.
Il
saluto scandisce l’inizio e la fine di ogni attività nel Dojo, e deve essere
eseguito correttamente. La fretta dei movimenti, il rilassamento nella posizione
sono segni di un Judo superficiale privo di significato.
Il
saluto si esegue in due maniere:
 | ritsurei
(saluto in piedi); |
 | zarei
(saluto in ginocchio). |
|


Ritsurei
(saluto in piedi) |
Ritsurei.
È il saluto più semplice. Si esegue in posizione eretta, braccia lungo il
corpo. (in Giappone le donne appoggeranno le mani davanti alle cosce), gambe distese,
talloni uniti e punte dei piedi divaricate (chokuritsu-shisei). Con calma piegate il busto in
avanti, lasciando il tronco diritto con un angolo di circa 30°, la testa segue
il movimento con lo sguardo dritto davanti a voi, le braccia vanno fatte
scivolare lungo il corpo e le mani vanno appoggiate appena al di sopra delle
ginocchia (figg.1-2). Segnate un tempo d’arresto e tornate nella posizione di partenza.
Questo saluto
è generalmente impiegato quando si entra in un Dojo e quando vi si esce, nel
caso specifico del Judo quando si sale o scende dal tatami; in questo modo
salutate il luogo di studio, il maestro e tutti quanti sono chiamati a venirvi a
studiare, oltre che impostare lo stato mentale nella condizione di rei-no-kokoro
(lo spirito del rispetto). Esso si esegue egualmente
quando invitate qualcuno ad esercitarsi con voi e quando avete terminato
l’allenamento.
E’ eseguito in tutte le competizioni. Si saluta sempre all’inizio e alla
fine di un combattimento.


Zarei
(saluto inginocchio)
da destra a sinistra figure 1, 2, 3, 4, 5 |
|


Zarei
(saluto inginocchio)
figure 6 e 7 |
|
Zarei (saluto inginocchio)
figure 8 e 9 |
Zarei.
Questo saluto è più formale e si esegue in posizione inginocchiata. Partite
dalla posizione eretta (fig.1), indietreggiate il piede sinistro (fig.2) e posate il
ginocchio a terra all’altezza del tallone destro (fig.3), quindi scendete con il
ginocchio destro per ritrovarvi nella posizione in ginocchio ma sollevati dai
talloni (fig.4). Girate la dita dei piedi, accavallando l’alluce destro sul
sinistro e sedetevi sui talloni divaricati mantenendo la schiena ben dritta(figg.5-6-7). Le ginocchia sono ad una distanza di circa 20cm e le mani
appoggiate di piatto sulla parte alta delle cosce con le dita rivolte
all’interno (fig.6).
Segnate così un tempo d’arresto. Posate poi le mani di piatto a terra, le dita rivolte verso l’interno, ad una distanza di circa 10 cm. dalle ginocchia,
e contemporaneamente inclinate il tronco in avanti verso il suolo flettendo le
braccia, senza poggiare la fronte a terra o sollevare le anche (figg.8-9). Quindi
raddrizzatevi e alzatevi in posizione eretta, eseguendo i movimenti inversi dai
precedenti.
Tutto lo svolgimento avviene con calma e serietà, senza alcuna fretta.
Questo saluto
è soprattutto impiegato all’inizio e alla fine di una lezione collettiva.
Maestri ed allievi si testimoniano così il loro mutuo rispetto oltre che
impostare lo stato mentale nella condizione di rei-no-kokoro (lo spirito del
rispetto).
Sarà obbligatorio nell’esecuzione dei kata e in tutti i casi eccezionali.
Quando si
effettua un saluto di gruppo, come all' inizio ed alla fine di ogni lezione, o
in qualsiasi altra circostanza eccezionale, sia che si esegua il ritsurei, sia
lo zarei, la disposizione sul tatami di maestri, cinture nere, allievi ed
eventuali ospiti o personalità, è codificata. Il maestro e le cinture nere si disporranno
in fila, l'uno di fianco all'altro, sul lato del Dojo denominato Joseki, di fronte
al lato Shimoseki, con la cintura nera più alta in grado (generalmente il
maestro) posto come capofila dalla parte della Kamiza e via via a scalare le
altre cinture nere in ordine di grado ed anzianità. Gli allievi (kyu) si disporranno
sul lato Shimoseki di fronte alle cinture nere ad una distanza di circa tre
metri, con il più alto in grado posto come capofila dalla parte della Kamiza e
via via a scalare gli altri.
Agli ospiti di riguardo viene generalmente offerto, in segno di rispetto, di
occupare il lato Kamiza, ma generalmente questa distinzione viene ricusata,
schierandosi con le cinture nere.
Si presterà
attenzione, prima di cominciare lo zarei o il ritsurei a che l’abbigliamento
sia apposto: i pantaloni ben sostenuti, la giacca ben chiusa, la cintura
annodata al centro dell’addome con le estremità di eguale lunghezza.
|