Bernardi, un pedagogo da ippon.
La passione per lo sport, la scoperta del Judo, le gare
e le giornate passate in palestra con i bambini: ritratto di uno dei padri della
pedagogia moderna italiana attraverso i ricordi di Cesare Barioli, vecchio amico
e primo allenatore di un anziano Judoka tutto particolare.
di Gianandrea
Bungaro
Articolo apparso su "il manifesto" del 12 Gennaio
2001
Mia madre mi ha sempre detto, con un certo orgoglio, che la prima visita
pediatrica me la fece un dottore famoso, uno di quelli che avevano scritto libri
e che quei libri avevano coniato le menti di tante mamme. Il dottore, appena
finita la visita disse: "E' sano come un pesce". Una frase che avrà
detto a tutte le mamme ma che fece inorgoglire la mia. Il pediatra in questione
era Marcello Bernardi che di recente, all'età di 78 anni, ci ha lasciato.
Bernardi non era solo un eccellente medico e uno dei padri della pedagogia
moderna italiana, era anche un grande praticante di sport. Non uno di quegli
sportivi che arrivati alla soglia dei cinquanta decide di restare in forma con
il jogging domenicale o con la partita di tennis al posto della pausa pranzo.
No, Marcello Bernardi, si avvicinò ad uno sport vero e faticoso come il Judo e
lo praticò in una delle palestre più "tradizionali" di 25 anni fa:
il Bu Sen di Cesare Barioli. Già allora il suo pensiero sullo sport non dava
adito a mediazioni: "Sport è un'espressione imprecisa che si presta a
equivoci e andrebbe sostituita con "potenziare la salute", o con
"educazione fisica". In occidente lo sport è incerto tra l'idea di
soddisfare il diletto e il guadagnare facendo spettacolo. Lo sport
nell'espressione Judoistica vuol dire invece "essere sani per essere
utili". Va bene il diletto, altrettanto l'attività fisica dopolavoro che
rigenera l'entusiasmo consumato... ma la motivazione essenziale è quella di
crescere per dare di più attorno a sé".
Insieme a Cesare Barioli, Bernardi ha dato un'immagine vera dell' attività
sportiva in Italia e attraverso il Judo ha educato centinaia di bambini alla
lealtà e al coraggio. Nel 1998 per la Luni Editrice hanno pubblicato, a quattro
mani, un libro dal titolo: Corpo, Mente e Cuore. Manifesto per una nuova
educazione. Nelle pagine iniziali del libro, Cesare Barioli racconta, con la
solita ironia, l'inizio del Bernardi-Judoka: "Sarà un quarto di secolo
che, una sera, stavo spulciandomi dietro la scrivania, occupato in compiti
burocratici richiesti dall'attività sportiva, e quindi di pessimo umore.
C'erano due visitatori che avevano sbirciato la pratica sulla materassina,
scambiandosi impressioni, e uno di essi non più giovane, magro e barbuto, mi
chiese qualcosa per l'iscrizione. Gli chiesi, com'è consuetudine, perché mai
volesse fare Judo e usai la mia peggior supponenza per squilibrarlo. Reagì con
un sogghigno, come se chiedessi una risposta scontata: "Per imparare a
difendermi, naturalmente!". Era una buona opportunità e attaccai con una
tecnica sperimentata. Senza guardarlo scrissi su uno stralcio l'indirizzo di una
palestra famosa e glielo misi in mano: "Qui le insegneranno difesa
personale. Noi facciamo Judo". Si divertì un mondo, incassò l'ippon e si
iscrisse".
"Marcello frequentava regolarmente - ricorda oggi Barioli - imparava,
affrontava con entusiasmo i duelli, confrontava le sue opinioni con la nostra
filosofia. In tanti anni non perse mai un Kan-Geiko (l'allenamento di gennaio,
svolto di primo mattino con tutte le finestre aperte, che provocava una
selezione tra i praticanti). Il freddo gli gelava i piedi, che diventavano tutti
bianchi, e sperimentammo un massaggio con borotalco e alcool denaturato per
ripristinare la circolazione. Dopo la doccia si accomodava in segreteria con i
piedi sulla scrivania e un termos del suo tè per rispondere alle telefonate dei
clienti, che aveva smistato al nostro numero".
"Si prendeva cura dei figli di Judoisti di mezza Milano - prosegue Barioli
- affrontava entusiasta l'allenamento libero con i più tosti; praticava,
leggeva, portava amici e bimbi in palestra. Venne il momento della cintura nera
e tutto era apparso così facile. Occorreva metterlo alla prova. Gli annunciai
che doveva misurarsi in gara, in un palazzetto colmo di 5.000 tifosi. Non
combattimenti, perché questo è argomento per ragazzi e giovani, ma una gara di
forme. Non fece una piega, scelse l'argomento (le forme dell'adattabilità), il
suo partner, Beppe Vismara, e vinse. Milano non si accorse dell'avvenimento,
perché allora i due mondi dei genitori e dei Judoisti erano separati. Ma in
questo modo mi aveva reso l'ippon iniziale".
"Divenne uno dei nostri. Quindici anni orsono fu vittima di un incidente
stradale che gli indebolì la retina: il medico gli fece presente che erano
sconsigliate cadute violente. Ricevetti la visita del suo oculista: "Il
Professor Bernardi non può fare Judo e lei non può prendersene la
responsabilità". Ero del parere che il professore fosse maggiorenne,
vaccinato e per di più medico; poi non condividevo la prescrizione che il
miglior impiego dell'energia fosse sconsigliato a una retina debole. Così lui
continuò imperterrito, ma curammo particolarmente la "rottura di
caduta", cioè la tecnica per assorbire colpi senza danno. Fece spada (ken-jutsu e
iai: l'arte del duello e quella di sfoderare). Diede vita a un dojo
(luogo di pratica) in Val Curone, non tanto per insegnare Judo, quanto per
imparare dai bambini, una scusa per stare insieme a loro quando era in vacanza.
Ogni tanto gli capitava di affrontare sul tatami i giovanotti della valle. In
quel periodo fece grande amicizia con Marino Marcolina, un friulano modellato
come un bronzo di Riace, divenuto famoso perché alla domanda di una signora
della "Milano bene" ("Marino, le piacciono i bambini?"), era
sbottato con un: "Si, cotti!"".
"Io restavo il maestro indiscusso - conclude Barioli - ma spesso avevamo
animate discussioni, anche sul Judo. Io, fanatico, arrabbiato e paradossale, lui
anche più di me, ma con l'arte consumata di convincere; così nei suoi libri
apparivano concetti Judoistici e io cercavo di fare mie le sue tesi, quando
arrivavo a comprenderle. Organizzammo stage estivi, conferenze e lavoro,
soprattutto con i più giovani: tutte cose che continuano ancora oggi. Questo
era il Judoka Marcello Bernardi".
|